I’ve known Nobuyoshi Araki and Daido Moriyama for over fifteen years. The two are very distinct artists: while the former is strikingly engaging, buoyant and histrionic, the latter appears reserved, shy and solitary – even amidst other people.

Moriyama’s real name, Hiromichi, is composed by the two ideographs hiro + michi, whose translation amounts to “ample street”. At the same time they can also be pronounced dai and do, hence the artist’s first name Daido. It appears as if it is a premonition for Moriyama who transformed the street into his own personal theatre. For Araki the city is like a woman, with her curves and shapes, an animal to capture and possess.

Both share their love for Japan, Tokyo, the large metropolises, the women, photography: both spent their lives telling this long-lasting love story and passion as only an artist could, delivering themselves consciously and yet simultaneously unconsciously to a new and intense adventure every day. Despite our language barriers, a close friendship developed over the years, invigorated from time to time by a book or an exhibition, or sometimes just by an evening spent together at a bar in Shinjuku or performing karaoke.

Some years ago I asked Moriyama if he identified himself with the image of a vagabond photographer, a passenger without destination, always on the road. He answered that only through this direct type of involvement, roaming the streets everyday, among people, the experience renews itself. Only thanks to his photography is he able to describe what is happening around him, to narrate reality, and understand unique fragments of it. It is a necessity rather than a practicality: “Walking through the city is like walking through a labyrinth, and this is what stimulates me about it”.

The street is therefore his theatre. Moriyama is an image hunter in the way that only photographers can be: he scrutinizes and observes what is happening around him, ready to capture details which serve as visual references to the volatile time of modernity and the feeling of melancholy that accompanies his lonely stride. The posters, cars, shop vitrines, and the narrow alleyways that suddenly open up and animate the old Tokyo are hence the stage scenery to those who animate them: young women of whom we often only make out a trait or a profile, children and adolescents who appear lost and alien in the metropolitan landscape. In all of this there is always the presence of a certain misty yet radiant colour. It is the colour of the past decades that adds the transparency that is so typical of lost memories, of beautiful moments that won’t come back.

The city is also the perfect backdrop for many of Araki’s stories that feature women in their leading roles, “mysterious and malicious, but who I will always come back to capture with my photography”. What struck me most about the relationship between Araki and women is the tenderness with which he includes them into his photographic sessions, which I was able to witness — a profound exchange of energy that finds its perfect manifestation in the photograph itself.

The photographer from Tokyo sees this as the final moment, and although it is an instinctive act it is also decisive. It is the climax of a creative and artistic collaboration that loses itself in the time and space of a room — the photographer’s studio where everything turns into magic.

The sensitivity of Araki’s approach to photography and the act of taking pictures is equal to that of his incredible knowledge of the medium. Adding to this is his careful observation of the property of surfaces. Whether petals of a flower or raw meat, soft silks or the solid concrete that appears in some of his backgrounds, Araki’s interpretation of light is a gift that brings beauty to everything and transforms every photographic session in a unique experience — unique just like every single one of his photographs.

The selection offered by ARTUNER represents an effective and extreme synthesis of their work: some nude “bondages” by Araki are among his most famous ones, accompanied, perhaps even balanced, by elegant flowers which are equally sensual. The series of colour photographs by Moriyama, realized in the seventies, are prestigiously shown for the first time here and are balanced again by his better-known black and white shots.

Conosco Nobuyoshi Araki e Daido Moriyama da oltre quindici anni. Sono due artisti molto diversi fra loro: tanto è coinvolgente, irrequieto e istrionico Araki quanto è riservato, solitario -anche in mezzo agli altri- e timido Moriyama.

Il vero nome di Moriyama, Hiromichi, è composto da due ideogrammi hiro + michi -il cui significato è “ampia strada”- che si possono anche leggere dai e do, da cui Daido. Quasi una predizione per Moriyama che della strada ha fatto il suo teatro.

Per Araki, la città è come una donna, con le sue curve e le sue forme, un animale da catturare e possedere.

Entrambi amano il Giappone, Tokyo, le grandi metropoli, le donne, la fotografia: entrambi hanno speso la loro vita nel raccontare questa lunga storia di amore e passione come solo un artista può farlo, consegnandosi consapevolmente e con pari incoscienza a un’avventura ogni giorno nuova e intensa. Per quanto non sia mai facile comunicare con loro, per via della lingua, un rapporto di amicizia è andato sviluppandosi negli anni, di volta in volta rinvigorito da una mostra o da un libro, o anche solo da una serata passata insieme in un bar di Shinjuku o al karaoke.

Qualche anno fa chiesi a Moriyama se si riconosceva in questa sua immagine di fotografo vagabondo, viaggiatore senza meta, sempre on the road. Lui mi rispose che solo attraverso questo tipo di esperienza diretta, ogni giorno, in strada, fra la gente, l’esperienza si rinnova, e lui può attraverso la fotografia descrivere ciò che sta avvenendo, narrare la realtà, carpirne frammenti unici. Una necessità più che una pratica. “Camminare per la città è per me come camminare in un labirinto, ed è questo che mi piace”.

La strada è dunque il suo teatro. Moriyama è un cacciatore di immagini come solo i fotografi riescono ad esserlo: scruta e osserva ciò che accade intorno a lui pronto a cogliere i particolari che all’occhio si affermano come riferimenti visivi e simboli di un tempo, la modernità fugace, e di un sentimento, la melanconia che accompagna il suo incedere solitario. I manifesti, le automobili, le vetrine dei negozi, gli stretti vicoli che d’improvviso si aprono e animano nella vecchia Tokyo fanno così da sfondo ai personaggi che li animano: giovani donne di cui spesso scorgiamo solo un tratto, un profilo, bambini e adolescenti che paiono quasi alieni sperduti nel paesaggio metropolitano. A tutto ciò, il colore vaporoso eppure brillante dei decenni passati aggiunge quella trasparenza tipica dei ricordi perduti, dei bei momenti che non ritornano, di istanti unici e irripetibili.

La città è lo sfondo perfetto anche per molte delle storie di Araki che hanno come protagonista la donna, “misteriosa e perfida, ma che continuerò sempre a fotografare”. Del rapporto di Araki con le donne mi ha sempre colpito l’incredibile dolcezza con cui Araki le coinvolge nelle sue sessioni fotografiche cui ho più volte assistito, un vero scambio di energia che trova infine la sua manifestazione perfetta nella fotografia. Per il fotografo di Tokyo è quello il momento finale, e per quanto decisivo è un atto istintivo, il culmine di una collaborazione creativa e artistica che realmente si perde nel tempo e nello spazio di una stanza, di uno studio dove tutto sembra magico.

La delicatezza nell’approccio alla fotografia, all’atto del fotografare è in Araki pari alla sua incredibile conoscenza del mezzo, alla sua capacità di leggere le superfici, siano esse carne o petali di fiori, morbide sete o il cemento di certi suoi sfondi, al suo sapiente interpretare la luce come un dono che conferisce bellezza a ogni cosa: Araki riesce a trasformare la sessione fotografica in un’esperienza unica, unica come sono tutte le sue fotografie.

La selezione di opere proposta da Artuner rappresenta una sintesi efficace ed estrema del loro lavoro: alcuni dei nudi “bondage” di Araki fra i più celebri, accompagnati, forse bilanciati, da eleganti fiori altrettanto sensuali; e una serie di fotografie a colori di Moriyama realizzate negli anni settanta, preziosi inediti, anch’essi proposti con alcuni fra i suoi più famosi scatti in bianco e nero.

Artworks in this exhibition