Eugenio Re Rebaudengo (ERR): Le tue opere ritraggono oggetti, eppure questi sembrano essere dotati di qualità umane, di una volontà di relazionarsi con il mondo circostante. Per te l’oggetto diviene metafora del corpo umano, o le due entità sono separate?

Manuele Cerutti (MC): La prospettiva in cui lavoro è quella di cercare di cogliere la ‘soggettività’ degli oggetti, il che ovviamente non significa considerare gli oggetti come piccoli esseri animati alla stregua di esseri umani. Si tratta, evidentemente, di due entità separate, ciò nonostante questi due mondi sono in grado di rivelarsi reciprocamente, sempre che si dimentichi la loro relazione d’uso, che subordina gli oggetti all’uomo. Liberando i primi dalla loro funzione quotidiana, il rapporto tra i due appare piuttosto come un sostare l’uno di fronte all’altro, dove la soggettività degli oggetti si alimenta sia di memorie della precedente subordinazione, sia di comportamenti originali, cioè non mimetici.

Manuele Cerutti - liturgies i - oil on linen - paintingERR: Per quale motivo sei interessato all’oggetto quotidiano, umile, lasciato alle spalle?

MC: La soggettività degli oggetti (mi sembra) emerge più chiaramente quando essi si liberano in qualche modo della loro funzione d’uso. Ebbene, questa liberazione è ovviamente più facile da cogliere quando la loro utilità consisteva solamente in tale funzione d’uso. Un oggetto che sia anche ‘bello’, o prezioso, e così via, non riuscirà mai a liberarsi completamente, – sempre il suo valore estetico o relativo al materiale gli impedirà di essere ‘tutto suo’.

ERR: La tua attenzione a questo genere di oggetti umili, trascurabili mi ricorda molto la filosofia wabi-sabi. Questa corrente di pensiero orientale è qualcosa che ti interessa, o ritieni che la tua arte sia più radicata in una cultura occidentale, italiana?

MC: Non faccio esplicito riferimento ad una filosofia in particolare, sono persuaso tuttavia che, nella misura in cui questa e altre filosofie sono entrate in circolo nella nostra cultura, anche nel mio lavoro ve ne siano dei riflessi (il che mi fa anche piacere).

ERR: Nozioni di equilibrio sono molto presenti nelle tue opere. Cosa ti spinge verso la ricerca pittorica e concettuale di queste pose precarie?

MC: L’equilibrio, in un certo senso, è un modo per ottimizzare le resistenze alla forza di gravità. Questa forza agisce su tutto, e ogni reame, da quello umano-animale a quello dei manufatti (e non solo) deve farvi fronte. E’ possibile che i comportamenti di equilibrio che alcuni dei miei oggetti sembrano perseguire siano, involontariamente, memorie mimetiche dello homo erectus, ma è indubbio che qualsiasi liberazione di un oggetto passi anche attraverso l’adozione di posture insolite, e la ricerca di equilibrio è una di queste. Mi rendo anche conto, naturalmente, che la novità di queste posture può farle sembrare ‘equilibrismi’ in cerca di un applauso.

Works by Manuele Cerutti at ICI London

ERR: Puoi raccontarmi qualcosa sulla tua volontà di arrivare a e rivelare le origini, “la condizione originaria di ogni soggetto”, degli oggetti?

MC: Sul tema delle origini ho letto molto e riflettuto molto, ma credo che per gli oggetti si ponga in modo specifico. Per gli oggetti che interessano a me l’origine va individuata in una scelta ‘produttiva’ che massimizzava da un lato l’utilità, dall’altro l’economia. Per gli oggetti ‘di lusso’ il senso è lo stesso, anche se i fattori in gioco sono più numerosi (per esempio, anche valori estetici).

ERR: Rispetto al linguaggio pittorico, che linea credi segua la tua pratica? Si muove facendo prevalere una progressione sincronica (in  orizzontale), che guarda alle tendenze contemporanee o una diacronia (in verticale), che guarda al passato proiettandosi in  avanti?

MC: Prevalentemente diacronica. Rivolgo la mia attenzione verso alcuni aspetti del passato, come i miti ad esempio, forme complesse che continuano ancora oggi ad interrogarci. Forse solamente guardando al passato con spirito ‘archeologico’, e interrogando direttamente le fonti, si possono conquistare indicazioni di come affrontare il futuro. Rientra in questo vero e proprio ‘bisogno di diacronia’ anche una modalità di azione che io pratico, l’azione dell’Indugiare, che nel contesto della pittura è, apparentemente, solo una forma di lentezza dell’agire.

ERR: Dal primo incontro che ho avuto con le tue opere e con la letteratura che le riguarda, mi hanno fortemente ricordato la poesia di Montale, e ‘Ossi di Seppia’ in particolare. E’ un qualcosa che per caso ti ha influenzato, o a cui ti ispiri?

MC: Come ho detto sopra nel caso della filosofia, anche per la poesia mi riesce difficile riconoscere collegamenti consapevoli. Certamente leggo Montale, e la cosa che più mi colpisce ogni volta è il carattere ‘scabro’ delle essenze che rivela.

ERR: L’oggetto è il medium di un processo d’indagine: la conoscenza, il tuo rapporto con il mondo e persino il tuo rapporto con l’arte (e quindi con la pittura)  passa attraverso l’assolutizzazione dell’oggetto. Accade per emanciparti dalla realtà fisica estrapolandone un suo paradigma (l’oggetto) o, altrimenti, è proprio nell’oggetto che rinvieni il sovra-umano e l’ultra-mondano?

MC: Nell’alternativa che poni, è la prima scelta quella che mi sembra più vera: di fatto considero l’oggetto come uno strumento metodologico per l’analisi della realtà globale, con la precisazione che non è solo l’oggetto a essere metodologicamente importante, ma anche (e anzi, forse di più) i processi di uso e successiva dismissione dell’oggetto, e la conseguente possibilità di una sua ‘liberazione’. In quanto strumento metodologico, dunque, l’oggetto  mi è utile per la mia ricerca attuale, ma, qualunque siano i successivi sviluppi, mi riuscirà difficile d’ora in poi accettare qualsiasi graduatoria tra reami.

Manuele Cerutti - extension ii - oil on linen - painting

  • ERR: Ho letto che parte integrante del tuo processo creativo è il ‘dubbio’, il ripensamento, il cambiare direzione o tornare sui propri passi e trasformare, ridipingere addirittura l’opera. Lo si nota anche nel tuo nuovo quadro Extension II. Si tratta di vero ripensamento, o di un vero e proprio metodo? Quali elementi ti suggeriscono che l’opera è, infine, completa? Puoi raccontarmi di più su questo processo?

MC: Il ripensamento è una forma della visione.

È una forma disarmonicamente prestabilita (direbbe Roscioni) che trae forza proprio da quello che in apparenza può sembrare un atto di debolezza e di irrisolutezza. Mi sembra piuttosto che questa ‘irresolutezza’ crei ospitalità, e l’“abitare della pittura”.

Nel risultato del processo è conservato e contenuto ciò da cui esso risulta, esclusa forse la sua immediatezza, l’immediatezza dell’inizio.

Più precisamente, il ripensamento che lascia tracce di sé è un modo per cogliere modi di essere diversi del medesimo oggetto, e momenti diversi del suo vissuto pittorico. E’ il ripensamento, in fondo, che consente di introdurre nell’opera pittorica il momento della durata.

In questo senso, non ho mai la sicurezza che un’opera sia davvero finita. E vi è poi anche l’aspirazione (che credo comune a ogni artista) che l’opera non si limiti a piacere, ma continui il suo percorso nella percezione degli spettatori.

ERR: La storia dell’arte e la critica sono più spesso concentrate sulle qualità visive di un’opera – sulle qualità visive degli oggetti in generale. I tuoi quadri, invece, invitano lo spettatore a considerare le qualità tattili dell’oggetto. Questo chiaramente istituisce una tensione fra il godimento visivo dell’opera, l’unico possibile, e le sensazioni tattili che suggerisce. Cosa ti spinge a indagare questo genere di materialità, questo ‘sguardo tattile’?

MC: Non posso qui entrare nel merito se davvero tutta la pittura sia visiva. Penso a Renoir, che, a proposito dei suoi ‘nudi’ femminili, affermava che continuava a dipingere un quadro fino a che non gli veniva voglia di pizzicare… A parte lo scherzo, evidentemente Renoir non si riferiva a qualità di verosimiglianza, ma alla soglia in cui l’immagine visiva diventava immagine tattile. Per quanto riguarda la mia pittura, non so se adotterei lo sguardo tattile per qualsiasi tema pittorico, – esso mi sembra invece indispensabile per gli oggetti, che hanno sempre conosciuto la mano dell’uomo. Verso di essi la visualità è sempre stata distratta e momentanea, mi sembra ora difficile che possa accompagnarne la ripresa, il loro tornare a essere oggetti-in-sé.